ll gatto rosso del fiume

Qualche settimana fa avevo un sacco di tempo libero.

Non come adesso, che tra una lavatrice e  un concerto di natale ai limiti della pedofilia, trovo a malapena il tempo per lavarmi i capelli (operazione sacra, scandita una rituale antico come il mondo, che nonostante i miei capelli siano corti richiede come minimo quarantadue minuti).

Quindi, con la mia fedele macchina fotografica newyorkese, mi avventuravo per il parco lungo il fiume. Un parco che dopo due mesi di semi nullafacenza rumena conosco come le mie tasche (il burro cacao sulla sinistra e l’euro per il carrello sulla destra): conosco i vecchietti che giocano a scacchi, i tre cuccioli randagi che stazionano sempre nei dintorni del secondo ponte e ogni volta mi commuovo alla vista della zingarella quattordicenne che  va in altalena fortissimo, per ore, la borsa piena di non so che merce di scambio appoggiata per terra accanto a lei.

Una delle prime volte che passeggiavo nel parco ho notato un gatto rosso, bellissimo, che sedeva tranquillo accanto a uno dei tanti pescatori.

primo avvistamento del gatto rosso

L’altro giorno, la luce della sera era bellissima, annunciava l’inverno in modo dolce e delicato, non riuscivo a smettere di scattare foto quando l’ho visto , in tutto il suo splendore,  il famoso gatto rosso del fiume.

eccolo, è lui.

Io amo i gatti, li ho sempre amati. Perchè non hanno bisogno di te, certo, se vuoi nutrirli loro non diranno mai di no al tuo cibo, ma ci terranno sempre a puntualizzare che sono loro a fare un favore a te, mangiando i tuoi sudici croccantini e scaldandoti i piedi sul divano, e non il contrario. Anche dopo anni di ipernutrimento, quando il gatto di casa pesa più del capofamiglia e invece di camminare rotola, il suo sguardo non esprime mai amore e fedeltà, ma un certo fastidio verso di te, stupido umano, che godi nel condividere il letto con un gatto grasso nelle gelide notti d’inverno.

I gatti non hanno bisogno di nessuno.

esempio di gatto grasso colmo di disprezzo per il genere umano.

Il gatto rosso del fiume è un esempio lampante di indipendenza felina: lui vive sul fiume, fa compagnia ai pescatori in cambio di qualche trota radiottiva, non teme l’acqua e nemmeno tu gli fai particolarmente paura, semplicemente non ti vuole frequentare, perchè oggettivamente non sei certo più simpatica o affascinante di un pescatore settantenne qualsiasi.

ti vede, ti guarda

e scivola via

perchè tra te e il fiume, lui sceglie sempre il fiume.

Io volevo vederlo da vicino, voleva  fargli un paio di domande sulla sua vita così interessante, ma sono riuscita solo a scattargli duemila fotografie, alcune belle, persino.

Ho rischiato di cadere nel fiume, io che non sono certo agile come un gatto, mentre cercavo di seguirlo, stupidamente, sull’argilla scivolosa della riva.

Ho rischiato di rompere per sempre la mia preziosa macchina fotografica, mentre cercavo di catturare non lui ma la sua immagine.

ma anche il suo riflesso appartiene al fiume.

G.

I pugni non in tasca

Oggi stavo camminando per una strada qualsiasi di questa cittadina rumena insieme a Caro, eravamo appena uscite da un negozio di scarpe usate, quando un tizio che passava nel senso inverso al nostro ha allungato un braccio e mi ha tirato un pugno.

Tra le gambe.

Il tutto è avvenuto nel giro di qualche secondo, e quando ho realizzato cosa era appena successo il tizio, che indossava una terribile giacca a vento rosa fosforescente, era già all’orizzonte che agitava il pugno.

Non ho urlato, non ho fatta niente. Mi è mancata l’aria per qualche secondo, poi un pensiero si è formato nella mia mente annebbiata dallo sgomento: viviamo in un mondo in cui ci sono uomini che camminando per strada, tirano pugni nelle parti intime delle ragazze che passano. Così, perchè gli gira.

La sensazione che ho provato è stata un misto di rabbia e frustrazione.

Rabbia non tanto per quello che era successo a me, ma perchè in quanto essere umano di sesso femminile devi sempre ricordarti che certe cose possono capitare. Cose molto peggiori di questa possono capitare. E a volte capitano. Quando meno te lo aspetti, magari. Mentre cammini per strada.

Ho pensato istintivamente alla deliziosa volontaria francese di 18 anni, Pauline, che la settimana scorsa ha fatto autostop fino al villaggio dove vive, da sola, a mezzanotte passata, senza cellulare.

Io ammiro certi comportamenti, non capisco le mie amiche che non farebbero mai autostop, nemmeno sotto la luce del sole, nemmeno in compagnia di altri amici, e pensano che io sia pazza a farlo, soprattutto in Romania, che si sa che i rumeni sono tutti stupratori assassini.

Fare l’autostop è divertente. Si conoscono persone gentili, si risparmiano soldi. Si chiacchera, si accumulano storie interessanti.

hitchiking in islanda con il mio amico finlandese Pyry.

Preferisco avere fiducia nel genere umano che averne paura, io odio la paura, la trovo dannosa più che necessaria. Finchè oggi, il pugno di uno sconosciuto con un pessimo gusto nel vestire mi ha ricordato che anche se fare autostop non è sempre pericoloso e che il mondo è pieno di gente per bene, purtroppo ci sono anche le persone cattive, e basta incontrarne una perchè la festa finisca. Basta un attimo, non servono motivi. La violenza è sempre gratuita, ma dopo sei tu che devi pagare, per il resto della tua esistenza, perchè certe ferite non guariscono facilmente. Certe volte non guariscono mai.

Per questo motivo io non farò mai autostop da sola, di notte, senza cellulare. Di giorno, in compagnia e con un cellulare carico e la rubrica piena di numeri utili, si. Anche perchè le statistiche ci insegnano che è più facile che sia un “amico” ad approfittarsi di te, e non uno sconosciuto.

Non sarà un pugno, lo stupido gesto di un idiota al quale avrei dovuto rispondere con un  sonoro “vaffanculo!”, a farmi perdere la fiducia nell’umanità.

Però mi ha di certo ricordato che noi fanciulle in fiore non dobbiamo mai smettere nemmeno di avere paura, non possiamo mai permetterci di abbassare la guardia e pensare che il mondo sia buono e puro come lo vorremmo noi.

G.

Certi sabati di dicembre

Certi sabati di dicembre meritano di essere raccontati nei dettagli. E proprio per questo motivo risultano più difficili da raccontare, perchè non vorresti mai fare loro un torto.

Io e Caro, nome in codice della coinquilina crucco-prussiana, avevamo in mente da tempo di fare una gita fuori porta, questo sabato, e di usare come mezzo di trasporto verso la nostra destinazione, Timisoara, la macchina di qualche benevolente sconosciuto.

Dopo un inizio mattinata incerto, all’insegna di giri infiniti su tram sbagliati (ho persino preso la mia prima multa rumena, oh yeah), ci siamo ritrovate con i nostri pollici tesi verso un cielo bianco sporco , ai bordi della strada che collega Arad a Timisoara. Dopo circa quattro minuti di attesa, una bmw nera fiammante è tornata indietro per caricarci, e per i successivi quaranta minuti abbiamo viaggiato a velocità assurdae su una strada non esattamente incoraggiante.

Credo di aver perso dodici anni di vita per ogni volta che il nostro silenziosissimo autista ha superato a 180 tre tir in un colpo solo, su una carreggiata a doppio senso. (Quindi secondo i miei calcoli dovrei morire tra cinque minuti, argh).

Però i miei sforzi per non vomitare sul cruscotto di una bmw nuova di pacca hanno dato i loro frutti, e il gentile sconosciuto antisociale ci ha scaricate esattamente dove volevamo essere scaricato, e per qualche strana ragione non c’è stato nemmeno bisogno di comunicargli le nostre intenzioni (anche perchè oggettivamente, in che lingua gliele avremmo comunicate?).

Il pomeriggio è trascorso tranquillamente, tra regali di natale particolarmente azzeccati e pesantissimi pranzi tipici al mercato di natale, apparentemente innocenti e non particolarmente degni di nota.

ok, lo ammetto, forse l'untuosità di questo pranzo un pò degna di nota lo era.

Mai avremmo sospettato, infatti, le incredibili conseguenze che i pescetti iper salati avanzati avrebbero avuto sulle nostre esistenze.

Dopo aver vagato per un’ora alla ricerca di un gatto randagio a cui illuminare la giornata, mi sono ricordata della colonia di gatti che occupa il cortile della sinagoga (chiusa da secoli, per ovvie ragioni) di Timisoara. Quella che non mi era tornata in mente, però, era la presenza, in suddetta colonia, di un paio di cuccioli particolarmente graziosi.

Morale della favola: volevamo solo dare dei pescetti avanzati a dei gatti randagi, è andata a finire che ne siamo portati a casa due.

shalom (in onore delle sue origini israelitiche) e samara (come la protagonista di the ring 2)

La giornata è continuata con un caffè gentilmente offertoci da due italiani di passaggio, tra gli sguardi inteneriti degli altri avventori del locale in direzione delle scatole da scarpe in cui avevamo delicatamente rinchiuso le nostre tenerissime prede.

Per tornare a casa abbiamo sfidato il destino un’altra volta, e ho finalmente realizzato il mio sogno di viaggiare su un tir, il cui paterno autista ci ha cordialmente intrattenuto  per tutto il viaggio, offrendoci succosi mandarini oltre che un passaggio a casa, ma proprio sotto casa, non così per dire.

Mentre sedevo su quel camion, con un gattino nero addormentato sulle ginocchia, non ho potuto fare a meno di pensare che il mondo sa essere un posto bellissimo, certi sabati di dicembre.

G.

Micheal Jackson, il popolo gitano e la filarmonica di Arad.

Oggi è stata una giornata proficua. Non che abbia fatto nulla di costruttivo, eh, ci mancherebbe.

Stamattina, verso la dieci, mi sono alzata, colazionata, docciata, vestita e recata a fare la spesa in compagnia del mio coinquilino francese Thomas (si pronuncia Tomà, come il campiello in cui ho vissuto per gran parte della mia futile esistenza). Io e Tomà, in quasi due mesi di convivenza, non avevamo mai trascorso più di qualche minuto da soli. Il poverino è l’unico maschio in una coabitation di sei persone, e la cosa deve procurargli non pochi drammi esistenziali. Domani infatti fugge a Barcellona per un week end romantico con la fidanzata.

Nel pomeriggio io e Caro, la room mate polacco/tedesca, ci siamo dirette con molta calma verso il teatro della cittadina rumena che ci ospita svogliatamente, per vedere uno spettacolo dei nostri teneri zingarelli.

Eravamo insomma del tutto ignare del fatto che a suddetto spettacolo partecipassero anche altre sette associazioni, la metà delle quali dedicata alla cura degli anziani. Quindi potrete capire il nostro sgomento quando per le prime due ore si sono succeduti sul palco arzille vecchiette canterine e babbi natale con barbe bianche rigorosamente non posticcie.

Anche se nulla poteva prepararci allo spettacolo offerto dai teneri zingarelli.

Le bambine vestite con minigonne vertiginose e toppini scollacciati, i bambini che mimavano risse molto virili per la conquista dell’amata. Più che una recita natalizia sembrava un film di Bollywood, almeno finchè non ho alzato gli occhi dalla mia partita di snake adventure, solo per vedere sul palco una perfetta imitazione di Micheal Jackson messa in scena da un ragazzino di nemmeno dieci anni, sulle note di Billie Jean.

Deve esserci una relazione molto stretta tra l’ormai defunto re del pop e la popolazione rumena, visto che in due mesi che vivo qui quella di oggi era la terza o quarta apparizione di Micheal davanti ai miei occhi, e l’ironia della sorte vuole che siano sempre stati coinvolti dei minorenni, in questi inquietanti show.

Dopo aver deciso che nella prossima vita voglio nascere zingara, o meglio zingaro che i capelli troppo lunghi mi fanno impressione.

Gli zingari sono intelligenti (o furbi, devo ancora comprendere bene la differenza), hanno il ritmo nel sangue e grazie al forte senso di comunità ancora vivo tra di loro, non soffrono di quelle stupide malattie del terzo millennio che allietano le confortevoli vite di noi evoluti cittadini occidentali.

Poi secondo me gli zingari sono i veri anarchici, perchè chi meglio di loro ha saputo fregarsene delle regole della cosiddetta società civile? Ecco, nessuno.

Chiusa la parentesi gitana ci siamo trascinate, tra una crepes nuca, banana e ciocolata e l’altra, alla filarmonica di questa graziosa cittadina semi transilvana.

Erano secoli che non assistevo ad un concerto di musica classica e dopo stasera ho deciso che dovrei farlo ogni mese, ogni settimana, insomma ogni giovedì, che è il giorno delle prove d’orchestra e il biglietto costa cinque lei.

Appena entrata in sala mi sono sentita come attirata verso il palco da una forza centrifuga potentissima, e per due ore non ho pensato a niente che fosse direttamente connesso alla musica che stavo ascoltando, o meglio guardando. Purtroppo Primo Amore era un violinista (si vabbè, di musica assurda, ma comunque i suoi cinque anni di conservatorio se li era fatti tutti) e quindi la vista di un violino mi evoca pensieri di cui forse un giorno parlerò più a fondo.

Ovviamente oggi, per la prima volta in due mesi, avevo la macchina fotografica scarica e non ho potuto documentare nulla dell’accaduto (durante la performance di Micheal Jackson imberbe avrei voluto piangere, all’idea di non poterla riprendere).

G.

numero uno

Sinceramente non so cosa dovrei scrivere, quale parte della mia vita discutere.
Il momento più brutto? Il posto più strano dove ho fatto all’ammore? I miei migliori amici? La sindrome premestruale che tra parentesi imperversa? I dodici dolcetti di marzapane che ho felicemente divorato nelle ultime venti ore?

Non so da dove cominciare, però sento, da qualche parte tra lo stomaco in fase pre diabetica e l’utero in rivolta, io sento di dover cominciare.

Proprio oggi, ieri era presto e domani sarà tardi.

Quindi raccontiamola, questa storia.

G.

(mentre mi stavo registrando su wordpress è uscita su I tunes worried shoes del mio fidanzato semi ufficiale Daniel Johnston, e a me il destino mi piace ascoltarlo)